OGGI ESAGERO

2680_1114527704084_3476018_nAncora una volta ho esagerato, ancora una volta me ne pento quando i miei piedi si intrecciano sul selciato di via Lepanto, sto per rotolare, sbatto sul marmo alla mia sinistra, salvo i miei genitali da un palo barocco e mi siedo per pochi secondi. Sopra la mia testa una statua di un enorme razza, un enorme razza con il pacco rotondeggiante, lo tocco e mi affascina la sua levigatezza, non mi piace il pacco, la sua levigatezza. Capisco che quella protuberanza mi sta mangiando, ci sto pensando troppo e così mi alzo e cerco di camminare, vado di lato, sembro un granchio scemo. Credo di aver trovato la luce o almeno qualcosa che gli assomigli abbastanza, sto per uscire da quel soffitto basso e chiaro ma delle tende mi portano a decontestualizzarmi, a piombarmi in un enorme deserto, frecce e cowboy, masse di spine che rotolano nella sabbia del deserto. Le bestemmie di un giovane cameriere mi riportano alla realtà, butta un enorme sacco fuori dalla porta del suo bar e forse in qualche modo mi maledice, fa bene. Sotto il soffitto, di fronte a me, delle tende, ma non sono Pellerossa, non hanno piume in testa, hanno solo un casco con tante scritte, ognuna di queste segna una battaglia, non hanno delle pelli addosso, ma tute intonate al casco. Vado avanti cercando di dare un ordine ai miei passi, canticchio una melodia inventata, un miscuglio di tante canzoni e tante note tagliate dal fracasso sul selciato, a pochi metri da me. Con una marcia a dir poco imbarazzante arrivo a pochi metri da un gabbiotto, a pochi metri dall’ acqua verdognola del porto; un giovane in divisa mi allontana, forse da li si sale su qualche nave. Faccio dietrofront e mi sdraio su una panchina, non chiudo gli occhi, mi perderei in chissà quale viaggio, in chissà quale terra, ma tutto intorno a me non mi aiuta, gli scrosci delle onde sul cemento del porto e il cielo trafficato da tante nuvole mi posano tra le braccia di Morfeo.

Strash, è più o meno il rumore di un pescatore incazzato che getta giù le reti rotte dalla propria nave, un altro è il suono delle sue bestemmie, dirette ad un qualche Dio, che quel giorno di pesca l’aveva reso meno propizio d’altri, Inizio a riacquistare lucidità, non quanto basta per tenere a bada curiosità e sfrontatezza, mi avvicino a quella simpatica navetta in legno, puzza parecchio e dentro un gran disordine, non che questo mi dispiaccia. Mi avvicino all’uomo con le reti, mi guarda in cagnesco, riabbassa gli occhi e torna a riparare ripetutamente il foro. Bestemmia di continuo in una cantilena quasi piacevole, una filastrocca simpatica per i non conoscitori del dialetto. Non voglio infastidirlo e decido di tirarmi indietro e tornare a sedermi nella panchina in cui stavo pochi secondi prima.

-Bello ubriacarsi eh? – lo dice in un tono e in un modo a cui non so se rispondere, prendo un minuto di pausa e tuono una frase spavalda e sobria

-E’ bello farlo dopo che lavori per un mese ininterrottamente – non sono per niente credibile, sono visibilmente uno studente a cui mancano dodici esami, che ne ha passato dieci, e il decimo lo ha festeggiato bene a quanto pare.

Ci intrufoliamo in una breve conversazione scandita da tante pause, Matteo, il pescatore, sarebbe dovuto andare al largo a portare delle reti ai suoi cugini che stavano in un peschereccio più grosso, sarebbero rimasti in mare più a lungo quella mattina, lui sarebbe tornato indietro subito.

E’ la prima volta che salgo su una barca, tutto dondola, solo l’orizzonte ti da l’idea di fermezza, da bambino ho sempre sognato tutto questo, il colore celeste del legno, una cabina, certo senza tutti quei calendari, e quelle reti, enormi, da gettare a mare. Sto seduto e danzo come la barca sulle onde, alzo la faccia e accetto l’acqua alzata dallo scafo, il sole, appena sorto, mi scalda il viso, benedico il momento in cui mi sono avvicinato a quelle reti e sono salito su quella barca, questo come l’avevo immaginato nel sogno poco prima di saltare sopra quello scafo.  Chino sull’ acqua inizio a vomitare all’uscita del porto, il pescatore continua a ridere puntandomi col dito e poi andando su e giù in una risata smodata, si afferra all’acceleratore per non scivolare a terra. Giù tutto, birra, cena, pranzo, esame passato, butto giù persino il romanticismo che mi legava alla pesca, al mare, al voler fare di un icona tanto cantata un mestiere. Scarica le reti con la forza di chi vuole tornare a casa, gira a tutta e riprende la rotta per il porto, vomito un po’ meno, lo faccio per mantenere una certa dignità sotto gli occhi del lupo di mare.

Scendo dal mezzo e saluto l’amico pescatore, con lui saluto il sentimento romantico che mi avrebbe voluto come lui, domatore di onde e truce mattatore di pesci, lo risaluto dalle panchine del porto. Scorro sotto i portici cercando di ricordare la frase dettami poco prima dal pescatore, l’avrei postata su facebook sicuramente, avrei dovuto solo ritrovare l’ordine giusto di quelle parole.

“Puzziamo, sudiamo a odore di pesce,poi chi si prende le femmine raccontando la nostra solitudine e le nostre storie, sono i cantanti e gli scrittori, che nel mare ci sono andati solo in Crociera!”

 Impeccabile.

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