SANT’EFFISI

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Odio viaggiare in nave e odio l’aspetto di questa cuccetta, odio doverla condividere con un vecchio che russa e un ragazzo allergico al sapone; avrei voluto riposare qualche ora sopra una branda ma preferisco la scomodità di una poltroncina a quel tanfo e a quel suono di trattore  scassato, avrei preferito stare a Roma a quest’ora, piuttosto che essere spedito dal mio giornale a Cagliari. Tra pensieri e rimorsi, riesco comunque a prendere sonno per qualche ora e quando riapro gli occhi vedo lo schermo di fronte a me che annuncia “stiamo per sbarcare”, in pochi secondi arrivo sulla poppa della nave. C’è ancora un filo di luce che spunta dai monti a sinistra, un tramonto rossissimo che prende di fianco la città e che si riflette negli stagni a pochi passi dall’ abitato, questa immagine mi rasserena e mi rallegra il morale. Le case coloratissime a schiera coronano la zona del Castello e spanciano nei quartieri sottostanti, racchiusi da una palazzata allegra e ordinata; il porto è affollatissimo e le strade sono stracolme di macchine, la tromba della nave sovrasta il rumore delle gomme che rimbalzano sull’asfalto. Scendo in pochi secondi e mi allontano dall’ attracco, attraverso una piazza dove gli alberi possono plasmare il terreno a loro piacimento e renderlo ondulato e tortuoso, supero delle tribune decorate da velluto rosso e continuo a camminare in una via larghissima dove le macchine sfrecciano in ogni direzione. Spaesato e sprovvisto di una mappa, chiedo informazioni sul mio alloggio a dei vigili li di fronte, che sentendo il nome dell’hotel sorridono e dicono:

 “Eeeeeeeh, ti tocca salire un bel po’. È a Castello!”

Ringraziando per l’informazione inizio a scalare la città con lo zaino in spalla. Le vie sono vive e quando arrivo alla fine di via Manno la mia maglietta è completamente fradicia, dei ragazzi in una piazzettina mi indicano la via da seguire per arrivare a destinazione, ancora salita. Supero la porta d’ingresso della città murata e la torre dell’ Elefante, qualche centinaia di metri più in là trovo il mio alloggio, un elegante palazzo appena restaurato. Suono, salgo e dormo.

Svegliandomi mi accorgo di aver dormito vestito, la maglietta porta i segni della scalata della sera prima. Una doccia e sono pronto per affrontare l’afoso caldo Cagliaritano. Con passi rumorosi affronto la discesa fino ad arrivare in una via Manno colma di gente che scende nella mia stessa direzione, tutti infatti si affrettano, mi unisco a loro e cerco di superare quanta più gente possibile. Senza poche difficoltà e non poche spallate arrivo di fronte alle tribune del Comune, mostro il pass e prendo posto a ridosso delle transenne. Tutti sono ansiosi e parlano tra di loro preparando le macchine fotografiche, alcuni fanno un ultima preghiera. Sono le dieci e mezzo circa e l’attesa è rotta da carri trainati da buoi giganti e sontuosi, sono carri di legno addobbati a festa, portano i colori e le genti dei loro paesi, portano il grano maturo delle loro campagne e i tappeti cuciti dai telai delle loro botteghe. Ne passano più di cinquanta, uno dietro l’altro e tutti con colori e suoni diversi, decorati da palme intrecciate con fiori e accompagnati dall’applauso incessante degli spettatori.

L’enorme fila di carri termina lasciando posto ad una sfilata di colori e petali, donne da una parte e uomini dall’altra si presentano con costumi di festa; i sardi camminano con passo fiero e tengono le mani agganciate al loro corpetto, i bottoni delle loro camicie sono d’oro lavorato e la loro testa è coperta dalla “berritta” una cuffia nera e lunga. Le donne camminano con un portamento elegante e autoritario, hanno sguardi penetranti e i loro volti sono cinti da veli decorati che rendono il loro aspetto quasi angelico; i colori dei loro abiti sono talvolta euforici, altre volte sobri e pacati. Più volte mi sono perso a guardare i loro occhi, più volte ho guardato il loro volti, dalle sopracciglia nere e arcuate ai nasi perfetti e piccoli, dalle labbra sinuose e carnose ai menti a punta raffinati, per poi essere risucchiato dalle fantasie dei loro abiti, abiti che custodiscono la bellezza di chi li indossa, abiti che fanno di queste donne oggetti preziosi. Più volte mi son perso nei colori di Orgosolo, in quelli di Desulo, nei gioielli degli abiti di Ittiri e Selargius, nel colore celeste del velo di Sant’Antioco e nei toni scuri ed eleganti del costume di Ossi. Perdendomi nei colori ho immaginato la bellezza dei loro paesi nel dì di festa, come direbbe Leopardi, alle strade infestate dai loro costumi, dai loro veli e dai loro gioielli, perdendomi nei colori ne ho scoperto dei nuovi nascosti in chissà quale angolo dell’isola, perdendomi nei colori sono stato travolto da una nuova idea di donna, una nuova idea di bellezza. Oltre cento paesi hanno sfilato davanti ai miei occhi, con andamento sinuoso e leggero, reso sacro dal suono di launeddas continuo e avvolgente, suono di preghiera introspettiva e silenziosa.

L’atmosfera dei colori è rotta dal passaggio dei cavalieri del Santo, sono il segnale dell’arrivo del giogo tanto atteso, marciano composti e ordinati, i cavalli danzano sugli zoccoli con un andamento lento, anche il loro procedere lungo il selciato della via Roma diventa musica. All’arrivo del santo tutti tacciono e incrociano le loro mani in segno di preghiera, aspettano il passaggio di Sant’Efisio per essere benedetti, alcuni tra la folla invocano la guarigione, chiedono a chi ha sconfitto la peste di dare sollievo ai propri mali. È un momento sacro che mi contagia, l’atmosfera mi cattura completamente e anche io come chi mi sta di fianco mi chiudo in una riflessione e quasi mi commuovo. Le musiche che precedono il Santo rimbalzano sul tappeto di petali che copre la strada, otto suonatori incrociano le loro melodie, un unisono di suoni acuti e gravi che fa cantare i fedeli. Il carro con la statua del Santo continua ad andare avanti fino a perdersi nella strada di fronte a noi, per poi finire in una piccola chiesetta a pochi chilometri dal centro e rincamminarsi poco dopo fino a Sarroch. Il rito così colorato e sentito finisce in uno spazio quasi intimo, raccolto e lontano dal caos della città.

La processione è finita da ore ma sono ancora avvolto nell’atmosfera sacra della festa. Ho ripercorso a ritroso il cammino del santo, fino ad arrivare ai suoni della piazza, dove i colori che prima marciavano ordinatamente ed elegantemente si scatenano sopra un palco a ritmo di melodie coinvolgenti. Vengo afferrato da dei ragazzi che mi dicono “Buffa!“, non so cosa significa ma lo scopro solo qualche istante dopo, bevo con loro per quattro lunghe ore e ogni tanto vengo afferrato e portato in mezzo alla piazza, dove mi vengono insegnati i passi delle loro danze tradizionali; cerco d’intrecciare i piedi come fanno tutti intorno a me e mi rendo conto di essere goffissimo. “Badda”, continuano a dirmi, e più mando giù il Cannonau squisito che mi offrono, più i miei piedi si intrecciano con facilità e il corpo  va su e giù seguendo la cadenza della fisarmonica. Tutti ridiamo e urliamo presi per mano, formiamo cerchi, li allarghiamo e li stringiamo, aspettiamo la fine della danza e poi torniamo a bere. I ragazzi cercano di insegnarmi un gioco dove si urlano dei numeri ma non riesco a seguire le loro mani troppo veloci. I numeri urlati, i tacchi che sbattono sulla piazza seguendo la danza e la fisarmonica finiscono in unico vortice di musica.

Quando la luce del sole trapassa le tende e mi arriva dritto negli occhi  è già mezzogiorno, sento la testa che pesa tonnellate, i polpacci indolenziti, la mia voce rauca e le mie labbra tinte di viola. Mi tiro su dal letto e penso a ciò che ricordo della notte prima, penso ad una filastrocca insensata che tutti ripetevano, una filastrocca che dopo qualche bicchiere di vino faceva ridere pure me, ma di cui ora ricordo solo una frase,

 “Sant’Efisio mi fai emozionare”

(foto di Matteo Setzu)

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