BINTIMILAFRA’

colorsVai sul sicuro con Speranza, ha le labbra grosse e dei seni ancora grandi e sodi. Al mercato, il giovedì, quando chiedi pesce fresco a mezzogiorno, ti rispondono che a quell’ora il pesce fresco è tutto da lei. Di uomini, Speranza, ne ha visto davvero tanti, compreso il pescivendolo. Ha svezzato generazioni intere e fatto morire vecchi sorridendo. Le piace il suo mestiere, ma fuori dal casotto, sotto il ponte di fronte ai cozzai, il suo cuore é tutto per Gigio, amato dal primo istante, a diciannove anni. I due non si sono conosciuti con la solita tariffa ma in un bar della via Roma, entrambe seduti al tavolo, schiena poggiata ai grossi piloni, si sono guardati e hanno capito di essere della stessa razza, fatti per stare assieme. Matrimonio e casa in poche settimane, i figli sono arrivati solo dopo qualche tempo, sette, uno ogni due anni, tutti delinquenti tranne l’ultimo della serie, morto d’incidente stradale a quattro anni assieme al padre. In quell’ incidente Speranza ci ha lasciato quasi tutto l’amore che aveva in corpo, ogni domenica mattina, a San Michele, le sue lacrime cadono sul marmo freddo delle loro tombe, sempre colme di fiori colorati.

Senza un marito ma con altri sei figli, sei figli vivaci e tutti con un nome bizzarro, quelli comuni le avrebbero ricordato una notte o un pomeriggio passato dentro il casotto a dare il piacere ad un turista o a qualche altro, un Mario o un Giuseppe qualunque. Il primogenito, lo hanno chiamato Silva, Pibincheddu di soprannome, mulato e agile come un giocatore del Cagliari, il più sveglio di tutti, finito a Buoncammino superati i diciott’anni. Il secondo il nome se lo è fatto cambiare a diciannove anni, da Giamé, protagonista di una telenovela Argentina, a Marlon, il suo attore preferito, l’attore che lo ha spinto a voler diventare un volto del cinema, l’unico a essere scappato dalla città. Agli altri, Gioele, Beppe, Jeck e Mariel sono spettati nomi altrettanto rari e singolari e soprattutto destini meno singolari rispetto ai primi. Tutti e sette con un passato diverso ma con la cresta fatta da Speranza e l’orecchino a destra. Solo creste e solo maschi, le femmine le avrebbe gettate nel canale di Mammarranca, lo ha sempre detto, figlie puttane non ne avrebbe mai voluto in casa.

Speranza, quel nome se lo è portato dietro come una pubblicità, come uno spot convincente alle notti noiose e solitarie, quando indeciso se tornare a casa o divertirti, ti addentri tra le barche abbandonate sotto al ponte e bussi al suo casotto, poi ci pensa lei a riconoscerti, dal rumore della macchina, dai passi o dalla voce. Il pescatore annoiato di solito arriva bestemmiando, non si trattiene tanto, il tempo di dimenticare la noia della giornata e le cassette che per una notte non puzzano di pesce. Speranza non manda via nessuno, abbraccia i teneri corteggiatori e i clienti abituali che della loro pensione sacrificano volentieri ventimila lire, doma i peggiori elementi e i vogliosi delinquenti che portano ancora l’odore della cella addosso, che rapaci come avvoltoi consumano in pochi minuti, lanciano i loro soldi sul pavimento ed escono dal casotto con i pantaloni ancora aperti. E’ uscito domo da quella baracca anche il peggior delinquente della città, Giovanni detto “su Leppuri”, “il coniglio”, soprannome assegnato come menzione d’onore per la celerità dei suoi primi furti. Si dice che,appena uscito da Buoncammino, volendo ricordare tutt’assieme come fosse stringere a se una donna e soddisfarla per una sera intera, sia andato da Speranza, lei  con dieci anni di esperienza alle spalle e ancora due parti da portare a compimento, e lui, con una gioventù segnata da cuori spezzati e donne lasciate sull’altare ad aspettarlo. Giovannino ha sempre amato le donne di quell’età e l’amore a pagamento, ha sempre amato farsi amare dalle puttane e non dover pagare dopo la prima volta, i loro cuori ormai rapiti dal suo sguardo fiero e cattivo. Ma con Speranza, quelle due ore dentro il casotto gli sono bastate per uscire fuori stordito, ventimila lire in meno e un cuore rotto a metà. Di quelle due ore Giovannino ne ha cantato tutta la vita, innamorato e disposto a riscattarla con oro raffinato, disposto a portarle un mazzo di fiori sulla sua porta ogni mattina alle nove, disposto a cambiare vita e a diventare onesto, ma Speranza non ha mai nutrito amore per lui. Per dieci anni Giovannino ha dovuto pagare per vederla, ha dovuto spendere ventimila lire ogni due giorni, tassinaro abusivo la mattina e sbertidore la notte. Poi dopo undici primavere Giovannino è andato di matto, da quella prima domenica d’Aprile nessuno ha più temuto i suoi pugni e le sue minacce, dopo l’undicesimo anno Giovannino è andato cantando “cudda m’a furau su coru, d’ia pagai a pes’e oru” per ogni strada della città, con una chitarra o un’armonica, da San Benedetto a Via Manno, sempre con le stesse parole e sempre per la stessa Speranza.

(disegno di Mariafrancesca Melis)
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12 thoughts on “BINTIMILAFRA’

  1. Agnese Pistincu ha detto:

    sobrio ma intenso, fresco e leggero alla lettura, bello…

  2. patriziabarrera ha detto:

    E’ uno stile descrittivo molto ben curato. Bravo!

  3. Bixio australia ha detto:

    LA LETTURA SCORRE…..!
    CI PIACE.

  4. FrancescoRoss ha detto:

    Complimenti molto bello! Mi piace come scrivi…ti seguiro’! a presto!

  5. italian1986 ha detto:

    Molto ma molto bello, era come esser lì tra le barche.
    Complimenti!

  6. Roberto Martello ha detto:

    Non posso non pensare alla stupenda “Via del Campo” del più grande poeta del secondo novecento che la vita ci ha regalato. Grazie

  7. rolandfan ha detto:

    Interessante. Un genere che non frequento di solito, ma ti seguirò perché è così diverso dal mio che c’è da imparare.
    Qualche refuso qua e là, ma sono troppo pigro per indicarteli….:-)

  8. Gianna Brigatta ha detto:

    Ben scritto. Speranza mi sta simpatica. E’ l’ultima Dea, l’ultima a morire e gli altri son morti tutti d’amore.

  9. baffo triste ha detto:

    In un mondo in cui ci si vende senza ritegno, per cifre a volte iperboliche e forse non possedute, questa DONNA ci riporta ad una dimensione umana degna di rispetto.

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