BANANE MARCE

banana - Copia

Era il terzo minestrone che mi colava dalla faccia, ormai io e mia madre ci avevamo preso quasi gusto, voti mediocri, assenze e una faccia che in un anno era andata invecchiando. A questo mio padre non aveva fatto caso, impassibile sulla poltrona anche quando mia madre mi aveva lanciato la calda pietanza sulla testa; mio fratello e mia sorella invece continuavano a ridersela sotto i baffi, la mia maschera di verdure doveva essere uno spettacolo.  Spargerla in faccia ara anche l’unico modo per non mangiarla quella brodaglia, niente a  che vedere con i capolavori culinari delle nonne, fortune di cui io avevo solo sentito parlare; quando il tempo scarseggiava, cipolle, carote e patate finivano intere nella pentola, nessuno diceva niente, tutti mangiavamo impassibili quelle verdure enormi, immergendo le mani in una brodaglia di lenticchie e ceci. Poi l’uscita di scena era sempre e comunque la stessa: la porta sbatteva, la chiave della mia camera girava su se stessa  scavando un enorme fossato tra le urla di mia madre e la mia indifferenza, tra il mondo delle regole e quello dei silenzi, entravo nella stanza con le verdure ancora sulla faccia.

Le Banane marce, li chiamavo così quei bastardi che mi regalavano pomeriggi indimenticabili, intere ore passate a immaginare scenari grotteschi sul mio soffitto; i nastri ormai friggevano, loro ormai erano stufi di girare in quel vecchio mangianastri, sbuffavano come chi ogni sera sale sempre sulla stessa giostra, mi maledicevano come quei baristi che la mattina al bar vedono entrare sempre le solite persone. Eppure a quelle banane putride dovevo tutti i miei disegni che si erano sovrapposti su quel soffitto, la mia Cappella Sistina. Quando la roba da mangiare finiva sui miei capelli, il pomeriggio diventava breve, cascavo in un sonno profondissimo, un sonno muto.

Alle 18 e 27 potevo dire di essere stato svegliato dai brontolii dello stomaco, non avevo neppure il tempo di godermi gli ultimi 3 minuti primi della sveglia, quei minuti in cui tiri su le coperte e sorridi. La voce dello stomaco rimbombava per tutta la casa, mentre saltavo su un piede per infilarmi la scarpa destra; nel frigo non avevo trovato neppure l’ombra della normalità, solo avanzi di brodaglie e uova. Mio padre osservava la ricerca e la vestizione impassibile, dietro il giornale, immerso nelle sue analisi; neppure salutava, mi guardava sfumare via ogni sera senza chiedersi il perché uscissi a quell’ora, o perché tornassi a tarda notte con il morale di uno che ha preso botte da quaranta persone. Così anche gli occhi più indiscreti che mi fissavano per la strada non potevano che farmi sentire importante; avevo una strana camminata, quasi saltellante, anzi al limite del saltellante, avevo indosso tutto il mio albero genealogico: i jeans di mio padre, una sciarpa di mia madre, le scarpe di mio nonno, che praticamente si reggeva sui pollici, e il giubbotto e il maglione di mia zia. Tutto questo era condito da spillame e strappi, addobbi di cui andavo fiero nell’estate, che mi facevano bestemmiare nell’inverno. Sorridevo guardando i vecchi che riconoscendo capi della loro epoca mi osservavano fino a vedermi svanire nell’angolo, mi piaceva portare l’odore dei miei vecchi. Danzando su quelle suole vecchio osservavo la città, mi pareva tutta uguale, e suoi versi noiosissimi; più il quartiere era brutto e grigio, più io acceleravo il passo nella speranza di trovare verde il prima possibile, di uscire dall’ombra ansiosa di quei mostri finestrati.

Facevo finta di non conoscere niente per avere ancora il gusto della sorpresa, ma le mie gambe  e la mia testa conoscevano il tragitto a memoria, il mio sembrava quasi scorrere su quelle strade; godevo quando il mio corpo, uscito dalla città iniziava ad immergersi in una vegetazione sempre più alta e meno curata. I fiori diventavano delle sorprese tra un lungo stelo ed un altro, si piegavano seguendo il vento, si avvolgevano tra loro, anche gli alberi erano come cinti dai loro abbracci. Non riuscivo neppure a vedere le mie scarpe, le sentivo umide, avevo l’impressione di sguazzare nelle suole. Più l’erba si faceva alta, più le urla degli altri si facevano vive e vicine, le loro risate erano intramezzate dai fruscii dell’erba, era una risata totale; stavano in mezzo ad uno spiazzo enorme, si rotolavano su quell’enorme tappeto verde, urlavano e ridevano guardandosi l’un l’altro, erano felici. Era bello osservarli così vivi, ogni loro movimento sembrava un inno al verde, alla natura; cosciente del ritardo accumulato mi fiondai in mezzo a loro saltandogli addosso, proprio per non sentire rimproveri, anche per essere un po’ contagiato. I giochi non durarono più di tanto, erano li già da un po’ di tempo, con il mio guardarmi intorno avevo fatto scomparire il sole dietro il colle, e avevo fatto lievitare la loro voglia di perdersi.

Ci muovevamo sicuri tra il verde, i nostri diciassette anni ci permettevano di non avere timore di quei luoghi, di pensare che tutto sarebbe andato bene perché quello era il nostro volere; procedevamo parlando dei nostri piatti presi in faccia, eravamo uniti da destini comuni, le nostre storie finivano sempre allo stesso modo, e allo stesso modo finivano anche le nostri notti. A poche centinaia dal loro rotolare stava la nostra piccola cappella sistina, un edificio che l’uomo non aveva voluto completare, un edificio che nella sua incompletezza ci rappresentava un po’ tutti, questo ci piaceva, questo ci faceva tornare li ogni notte.

Il sole era calato già da qualche momento, e Cagliari sembrava ancora pallida, sembrava non volersi spegnere neppure quella sera; le nostre pupille avevano il tempo di dilatarsi . Poggiati al muro aspettavamo che la luce scomparisse, i nostri quattro giubbotti si sfilavano all’unisono e le nostre maniche larghe salivano su fino a rotolarsi e ad imbozzarsi sulla spalla. Un morso alla plastica e un ultimo sguardo prima di mandare la testa all’indietro e chiudere gli occhi, tutti assieme, come sempre. Il cuore andava e veniva cercando la sua giusta frequenza, il nastro, la cappella, il minestrone, le voci delle persone, le spille, le auto, le urla, tutto insieme in una enorme brodaglia che mi faceva sorridere. Mi sentivo in mare, cullato da una brezza benevola e candida, cullato dalle sagome degli altri, danzatori mossi dal vento, tutto assieme al ritmo della brezza del mondo.

La era notte ormai decisa e i nostri sguardi erano spenti e spaesati, la brezza era svanita con il risveglio. Le nostre mascelle sfregavano su quel pavimento ruvido e polveroso, un pavimento gelato, gelato come le nostre esistenze, gelato come gli sguardi di mio padre, gelato come il sangue che ormai saliva e scendeva dalla testa alle caviglie senza ritmo. Le nostre foto invecchiavano con i mesi e i nostri sorrisi iniziavano a diventare gelidi come quelli delle persone che odiavamo. Iniziavamo a sorridere solo la sera, sul prato, iniziavamo a svanire la sera sul prato, ma nessuna faceva nulla, nessuno ci ha mai detto nulla.

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3 thoughts on “BANANE MARCE

  1. Eterit ha detto:

    Credo che sto per fare una gaffe. Con “morso alla plastica” che cosa intendi?

    A parte questa piccola incomprensione che ha lasciato spazio all’interpretazione, davvero complimenti per le atmosfere che riesci a creare in poche righe.

    È un piacere trovare “ogni tanto un racconto”;-)

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