LO CHIAMAVANO

3799201606_418c1b58ab_zGiovannino testa dura, detto anche Muggine, nato da una famiglia malcapitata e portatore sano del gene Casteddaio, per tutti tonto dalla nascita. “Eh scedau, è tontu”, diceva la madre mordendosi la lingua mentre qualche passante fissava suo figlio stranito; quando il 3 dicembre del 1980 Efisietto é tornato a casa con un naso rosso come la polpa dell’anguria d’Agosto e una voglia pazza di amoreggiare con Luisella, a farne le spese è stato proprio il figlio Giovannino. Infatti, l’anziano pescatore, ringiovanito dal Cannonau Ogliastrino, aveva mollato un bello sculaccione alla moglie, scatenando le risate incontrollate del piccolo. Giovannino continuando ad agitarsi e puntando il dito verso il padre lo trasformò in una furia, Efisietto gli rifilò una sonora testata, forte, senza scrupoli, in mezzo alla fronte. I bollori paterni trasformati in un figlio che a diciotto anni delle donne non sentiva neppure l’odore, innamorato del volo dei gabbiani e dei tatuaggi delle tribù tribali, tonto. “Babbu, dammi lire che mi faccio un disegno!”, un debito ripagato a rate, e un figlio che si trasforma in un muro di periferia marchiato dai migliori writers.

Disegnato e di indole irascibile, Giovannino, detto anche Muggine, inizia a farsi un nome nell’hinterland Cagliaritano; quando c’è da andare alle mani, Giovannino le tiene unite dietro la schiena e si lancia sull’avversario  come un missile, di testa, forte, senza scrupoli, in mezzo alla fronte. La sua mossa preferita, forse perché la più abile, forse perché è l’unica cosa che ricorda della sua infanzia; così la disgrazia di Giovannino inizia ad attirare tutti, e dalle risse di quartiere, Muggine, passa a sfidare la potenza dei migliori colpitori di pugnometro umiliandoli con un solo colpo, piedi uniti, salto e testata. A ventidue anni il figlio di Efisietto, arriva anche in televisione, record per aver spaccato cento oggetti con il solo utilizzo della testa, la tecnica sempre la stessa. A Giovannino era proprio capitato di tutto sotto la fronte, dal classico pezzo di legno, diviso in due parti senza schegge, a quanto si dice, fino ad arrivare al vetro più duro mai costruito, quello antiproiettile.

Terminata la primavera, Giovannino, nel bel mezzo di un esibizione nel lungomare Cagliaritano, punta il dito verso la roccia che una volta ospitò il Demonio, urlando “Mo tocca a quella!” , generando il subbuglio della folla e la perplessità del padre. “Sicuro sei?” continuava a ripetergli nel tragitto verso casa, pensando che quella roccia era stata testata dal Diavolo stesso, insomma c’erano passate le fiamme delle tenebre e quella parete si era solo plasmata, non spaccata; ma Giovannino faceva si con la testa, sicuro del potere che il padre stesso gli aveva conferito.

Il talento Cagliaritano avrebbe sfidato la durezza della migliore roccia del capoluogo a soli tre giorni dall’ultima esibizione, coronando così la sua carriera da testa dura e diventando l’unico, dopo il Diavolo, a trasformare quell’enorme ammasso di minerali. Caricato il figlio sul cassone dell’ape, parte la tre giorni di pubblicità prima del grande evento, “Giovannino contro la roccia più antica del Mondo, Giovannino spacca tutto!”, urlato da un enorme megafono nei vicoli della Marina e nelle vie più impervie di Castello, un urlo che fa vibrare i palazzi e i sotterranei calcarei, un urlo che fa sorridere Giovannino, lui quella roccia la vede divisa già in brandelli.

La più grande folla post-ripascimentale per testimoniare l’impresa di Giovannino, costume e binocolo, viso fisso sulla Sella ad attendere che il loro idolo frantumi la roccia e apra un altro spiraglio verso l’Africa. I pochi fortunati che stanno a qualche metro dall’eroe urlano incitandolo, qualcuno riesce a dargli una pacca sulla spalla e ad urlargli “spaccala!”, altri riprendono l’impresa con i loro telefoni. Quando Giovannino parte tutto tace, sulla spiaggia non corre più nessuno, tutti faccia in su e orecchie parate, vogliono sentire il suono dello scontro. Il giovane prende la rincorsa dal seggio, mani dietro la schiena e lunghe falcate, in pochi secondi stacca i piedi da terra e urlando si pianta come un missile sulla roccia: all’impatto tutti sono interdetti, aspettano che quell’enorme pezzo di calcare venga giù da un momento all’altro. Giovannino si rialza, la fronte inspiegabilmente intatta e l’espressione visibilmente sorpresa. Mentre Giovannino ripercorre il seggio della sella, inizia a pensare, pensare come non aveva mai fatto, ripercorrere ogni momento della sua vita e rileggerlo con una nuova luce, una mente nuova. Superato il dosso della sella, Giovannino era andato dritto a casa, dividendo la folla in due, tutti zitti, tutti a guardarlo increduli e a fissare la roccia nella speranza che iniziasse a frantumarsi nel mare. Tutti tranne il padre, che seguendolo sulla via di casa ne osservava l’andare insolito, Giovannino era cambiato, lo aveva letto poco prima nei suoi occhi

La sera, a 3 ore dall’eroico gesto si riudì un tonfo, un tonfo profondissimo, era il corpo di Efisio che crollava sul tavolato di casa, una bella testata, forte, senza scrupoli, in mezzo alla fronte.

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7 thoughts on “LO CHIAMAVANO

  1. Eterit ha detto:

    Non saprei come descrivere la sensazione comune che provo leggendo i tuoi racconti. Oserei parlare di sapore. È come il sapore del cibo sano.

    Ancora complimenti!

  2. bnzi ha detto:

    porco zio, bellissimo

  3. baffo triste ha detto:

    Leggendo i tuoi racconti riesco ad accomodarmi in prima fila nel luogo che tu descrivi e vicino alle persone che tu fai vivere. Non pensare che dico ciò perché son di parte. Tu lo sai che non mentirò mai perché voglio il meglio per te.

  4. Agnese Pistincu ha detto:

    mi mancavano i tuoi racconti, aspetto la sorpresa di ogni parola che segue la precedente, questo provo…grazie alby

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