DONER KEBAB

6761549531_d07e39eb16_oUn passo e nel vuoto. Una tinta nera fortissima, la sensazione di inciampare e non trovare più il suolo, come se in quel martedì sfortunato d’Aprile tutto avesse cessato di esistere, tutto avesse perso i colori. E così a pochi giorni dall’inizio della primavera sono chiuso qui dentro, un cono nerissimo rovesciato che porta delle incisioni leggerissime, non posso leggerle ma posso accarezzarle e capirne la dolcezza delle curve e la crudeltà dei tratti che si spezzano. Si sta peggio dell’insonnia, in un cono rovesciato non trovi la posizione, ti devi girare, rigirare, provi a metterti dritto, a testa in giù, fai in modo che il capello più lungo che hai tocchi la punta del cono e trovi un equilibrio, sono posizioni insofferenti.  Non puoi pensare dentro questo maledetto cono, perché ogni pensiero prende le tinte del nero e allora sembra quasi che questo tunnel si allunghi, anche se in realtà non credo ci sia una fine, non la vedo. Urlo. Mai l’avessi fatto, il suono della mia voce ha riecheggiato la dentro per ore e ore, non so quante perché non ho mai portato un orologio al polso, ma sono sicuro di odiare abbastanza la mia voce, e sono abbastanza sicuro che l’eco sia durato pochi secondi.

Ma come cazzo ci sono finito in un cono rovesciato?

Ah, pensavo. Pensavo perché nella sera in cui tutto mi sembrava natale, nella sera in cui tagliando la città in due con la mia bici non ho odiato nessuno, ho creduto di rivedere chi pensavo morta. E così mi sono voltato e come tutti i film, i libri o le storie che ti raccontano, lei era già sparita dietro l’angolo. Per qualche istante ho pensato di andarle dietro con lo sguardo, ma poi la discesa del Barcellona era troppo ripida e le mie gomme scivolavano giù che una bellezza, non c’è stato tempo per vedere quell’orribile macchina bianca che m’ha tagliato la strada. Sono arrivato in questo enorme cono nero dalle strade della marina, strisciando sul mio maglioncino primaverile rosso, con la testa su un lato a contare le case, a contare i metri del mio record in discesa. Ho tenuto gli occhi aperti fino all’ultimo metro per vederla, incontrarla, magari dirle “ciao” con un filo di voce stanca, dirle “ciao” con il mio maglioncino rosso, uno dei miei preferiti.

Quando le sono arrivato davanti, la bici scendeva ancora giù da sola come un cavallo pazzo, lei mangiava un kebab, era bella.

(disegno di MariFrancesca Melis) 
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