La coperta corta

moquette.jpgI nostri corpi incuneati a formare una ‘c’. Mai inverno più freddo, mai sensazione più gelida, restavamo attaccati l’un l’altro per salvare il calore delle nostre anime logore. In alto, a destra, davanti ai miei occhi, nell’angolo in cui pareti e soffitto si incontravano, sgorgava una piccola perdita d’acqua; pian piano un alone verdeggiante iniziava a dare colore alla parete giallastra, la piccola cascata nella parete della nostra casa era l’ultima mia immagine prima di dormire. Ciclicamente iniziavo a percorrerla fino a perdermi nelle mille fibre intrecciate della moquette. Andavo su e giù con gli occhi rileggendo questo disegno tutta la notte, finché anche i cattivi pensieri non sarebbero andati a dormire, esausti e sempre meno incalzanti. In tutto questo gioco Elena russava appena, i miei pensieri non potevano  turbarla, il suo sonno era profondissimo, prendeva grandi respiri gonfiando e contraendo il suo ventre sommerso da quante più coperte avevamo.

Il suono stridulo del telefono placò il ventre di Elena e mi fece scattare dal letto.

‘’Come stai?’’

‘’Ti sento un po’ stanco! Lavori troppo?’’

‘’Hai ricevuto il pacco che ti abbiamo mandato?’’

La voce dall’altro capo continuava implacabile con una serie di domande, sempre le stesse. La mia mente andava a braccio con risposte automatiche, toni confortanti e voce sicura. Elena era sveglia e mi fissava con lo sguardo perso tra me e la parete che mi stava dietro. Cinque minuti di chiamate, cinque minuti di cazzate. Erano ormai tre anni e otto mesi che mentivo a mia madre. La casa in cui vivevo, il luogo in cui io e Elena avevamo scelto di abitare cinque anni fa, era ormai condivisa con dieci persone; era sparito tutto, i mobili, la libreria, i libri, i computer, i quadri, persino le foto. Lo studio era diventato l’alloggio di quattro ragazzi Algerini che qui a Berlino volevano fare i gelatai; nel salotto invece erano arrivati Katia e Giorgio, due compaesani, due amici con cui condividevamo il segreto del fallimento. Nell’altra stanza, la più piccola, viveva una coppia di coreani che avevano scelto di dedicare la propria vita all’architettura, sacrificando notti e sorrisi. L’avevamo vista sparire ambiente dopo ambiente quella casa; prima il salotto, lusso a cui rinunciammo dopo otto mesi dall’arrivo, la mia ostinazione nel voler lavorare in un hotel, e i soldi raccolti prima della partenza che iniziavano ad essere sempre meno. A seguire camera e studio, neanche un mese di tempo. Elena era tornata a casa dicendomi che voleva svanire nel presente, non pensare a nulla, perdersi assieme a me, diceva di avere tutto lei, era tutto sotto controllo quando decideva lei. Iniziammo a perderci per ore, giorni, a non mangiare per giorni e soffrire per settimane; iniziammo a vivere dei nostri soli respiri, a non vedere mai la luce, placata da delle enormi e spessissime tende in lana.

La casa era diventata una città, la nostra camera un rione interminabile di sogni distrutti, il corridoio una via infinita che dalla camera ci portava al bagno, dalla camera al mondo.

Il ventre di Elena aveva rincominciato a trattenere lunghi respiri, il telefono era tornato a tacere, e dall’altra parte del capo, ancora per pochi mesi, saremmo stati gli eroi che hanno cercato di farcela all’estero.

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One thought on “La coperta corta

  1. Agnese Pistincu ha detto:

    drammatico epilogo…

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