La mia pertosse

le-vent-nous-portera-noir-desirLa sabbia finissima si impreziosiva di rotondissimi ciottoli colorati. Pietre venute da lontano rotolavano fino a giungere ai nostri piedi, perdendo ogni spigolo, diventando perfette, come pelle di donna. Di fianco a me le striature di un ombrellone giallo e verde, tingevano la sabbia di scuro, proteggendo sdraia, giocattoli e merende dal sole; mia madre stava a metà strada tra me e i miei fratelli che continuavano a litigare in acqua, pescavano della sabbia, la più fina, e se la lanciavano di continuo. I miei piedi ogni tanto sfioravano qualche residuo d’onda, ben incastrati in una fortezza che avevo iniziato a costruire poco dopo l’alba. Sette grandi torri e quattordici piccole torri formavano un grande castello, le cui architetture avrebbero sostituito onde, nuotate e immersioni. Quella che per tutti era un comodo asciugatoio, per me riusciva a diventare la materia prima dei miei sogni, piccoli granelli si compattavano fino a formare costruzioni alte quanto me. Dovevo farmelo piacere così il mare, senza l’acqua, giusto qualche goccia per tenere saldi i miei castelli.

Mia madre era dolcissima, di tanto in tanto si girava sorridendomi e dicendo ‘non ti perdi nulla, l’acqua è fredda e torbida’. Mia madre portava un bellissimo costume intero del colore dell’argento, i capelli neri raccoglievano un volto delicato, e due occhi verdi, come i ciottoli nella sabbia, ne impreziosivano i lineamenti. Quando le labbra dei miei fratelli si coloravano di viola, andava a recuperarli in acqua per poi cingerli in un unico asciugamano blu; una volta asciugati, avrei spiegato loro il funzionamento della mia fortezza, l’importanza delle torri, per poi completare con loro il muro di cinta. Mio padre era il più taciturno di tutti, come me. Apparentemente assente, osservava che tutto filasse per il meglio, che io non mi bagnassi, che mia madre non si bruciasse, e che i miei fratelli non rientrassero in acqua. I suoi respiri erano scanditi dallo sfogliare di una vecchia settimana enigmistica trovata nel cruscotto della macchina, non adorava il mare, ne tantomeno dover organizzare per andare al mare, come me.

Respiravo a grandi boccate mentre guardavo fiero il piccolo villaggio che avevo costruito. Respiravo a grandi boccate perché mi aveva detto di fare così il medico, e dandogli retta, di li a poco avrei potuto anche fare un bagno. Però a me iniziava a piacere l’idea di avere tutta la spiaggia per me, potevo espandermi fino agli ombrelloni vicini, e nessuno avrebbe detto niente.

La sabbia umida e il sole che non scotta più la pelle, erano due segnali fondamentali che significavano l’imminente rito della partenza. Asciugamani sbattuti, ombrellone chiuso, solco riempito, borse frigo svuotate, panino della merenda mangiato, secchielli e palette lavati, materassino sgonfiato e ciabatte ai piedi. Prima di raggiungere la macchina io e i miei fratelli distruggevamo la fortezza lanciandoci a piedi uniti sulle torri, cancellando il disegno durato una giornata. Gli aghi della pineta mi ricordavano che di li a poco mi sarei addormentato sopra un asciugamano umido osservando il paesaggio che scorre come un rullo al mio fianco. Mio fratello diceva a mio padre di correre, accelerare, ma a mio padre piaceva andare piano, guardare il paesaggio, come me.

Sono le 18.22 e con un’amica abbiamo deciso di non ricordare la strada per il mare; quando arriviamo la spiaggia è sgombra e la riva incastonata da mille ciottoli.

Mi tuffo in acqua senza neppure vuotare le tasche, oggi non costruirò alcun castello, farò come i miei fratelli.

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