Yellow Ledbetter (giarrone)

cannabis-tricomiLuk non aveva portato le cartine. Avrebbero girato quel pezzo di fumo anche nelle foglie, quelle di eucalipto, era già successo altre volte. May vomitava di fianco al ponte, la mano poggiata sulla trave di cemento e il viso rivolto verso i piedi; il peso del corpo si spostava sui talloni, avanti e indietro, con le unghie grattava il muschio secco sul ponte, quanto bastava per non cadere.

A Luglio anche il fiume decideva di svuotare le proprie viscere altrove, raccogliendo quanta più natura da quella che qualcuno chiamava montagna, fino a portarla a valle, giù, dove ancora chiazzeggiava un pò di verde. Gli argini nudi svelavano scritte vecchie vent’anni. ‘Grassadonia pezz’e merda’ era la scritta più grossa, scritta in maniera grossolana, con lettere alte due metri, una rossa e una blu; erano le parole più colorate della sponda, per recuperare una bomboletta di quei colori bisognava raggiungere un paese di almeno cinquemila abitanti, in una ferramenta ben fornita.

Mentre Luk cercava di allestire un telaio con le foglie più secche, Sid scolpiva sulla parte piatta dell’argine il suo nome, gli bastava una pietra abbastanza aguzza, poi le lettere sarebbero andate via con la prima piena, e l’anno seguente le avrebbe reincise. May con tre chili di meno si butto in un abbraccio sulle spalle di Sid, il sole filtrava in quei capelli finissimi e se ne andava poi sul cemento scolpito dall’amico.

‘E’ pronta cazzo, ce l’ho fatta!’

Sid mise May a cavalcioni, e con uno scatto si lanciò verso l’amico rollatore. Aveva fatto un bel lavoro, il cannone pareva un sigaro cubano vecchio di trent’anni, e l’odore del giarrone era coperto da quel che era rimasto dell’aroma dell’eucalipto. Luk legittimò il primo tiro, a May non venne neppure l’idea di sfiorarla, le bastava il fumo che arrivava addosso, denso e scuro. Sid fece due belle tirate e la ripassò al costruttore; tre minuti e i loro sguardi si rivolsero al cielo.

L’argine dava una bella sensazione di leggerezza, il cemento arido creava un fortissimo attrito sulle loro maglie, neppure la pendenza riusciva a farli scivolare fino al fondo dell’incavo. E così Sid, May e Luk lasciavano andare le gambe, lasciando andare tutto il loro peso sulla schiena, come appesi nel vuoto, a scrollare le ansie sciogliendo le gambe. L’ombra del ponte li avrebbe svegliati alle 19, con il sole a qualche palmo di mano dall’orizzonte e la loro pelle giovane troppo gelida per resistere al tramonto.

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